giovedì 6 maggio 2010

Mail da un amico

Martedì non sono andato a giocare a calcetto e, per la prima volta da anni, ho saltato l’appuntamento. Avevo da tradurre la mail di un amico. Vi parlerò di lui cercando di essere il più breve possibile perché ciò che mi preme pubblicare sono tre sue mail.
Donald è un uomo prossimo alla settantina, è alto, con una barba corta e sbiancata, il viso tondo, gli occhi chiari e il sorriso duro di uno scozzese. Abita a Fort William in una villetta in stile vittoriano adibita a B&B, affacciata su Lock Linnhe e separata dalla strada da un giardino d’erba soffice che taglia ogni fine settimana; il tetto della villetta è spiovente, in tegole brune, e gli abbaini bianchi sono ingentiliti da tende lilla. Dal bovindo del salotto di Donald c’è una vista spettacolare sul lago: ricordo che quando ho dormito a casa sua, all’inizio di ottobre di sette anni fa, ho fatto colazione con il sole che baciava le vette del fiordo, la luce che tagliava i brulli pendii e le nubi che scendevano sino a fondersi con le acque del Linnhe (chiamato “lago” ma in realtà un braccio di mare che si insinua tra le montagne). Io e Donald abbiamo stretto amicizia quella mattina, quando i miei compagni di viaggio, Lorenzo, Paolo e Sergio, erano ancora in camera a preparare le valige da caricare sulla macchina a noleggio; dopo aver assaggiato una fetta di pane tostato con l’aspra ma ottima marmellata d’arancia, mi sono affacciato alla cucina, gli ho tenuto compagnia e abbiamo chiacchierato del più e del meno.
L’energico scozzese friggeva la pancetta, strapazzava l’uovo, controllava la cottura delle salsicce e tostava altro pane, districandosi tra i fornelli come una ballerina su un palco. È stato paziente e si è fatto quattro risate con il mio inglese claudicante e maccheronico. Mi ha consigliato di visitare il castello (cosa che era pianificata prima del viaggio verso il più famoso e turistico Eilan Donan), anche se era poco più di un rudere ben tenuto e mi ha chiesto se avevamo assaggiato l’haggis e se la serata precedente fosse “andata bene”. Non ho capito che cosa intendesse con “bene”, ma quando gli ho detto che avevamo assaggiato quattro diverse birre (e un numero che non ricordavo bene di whisky), ha commentato ridendo che era “andata bene”.
Dopo la ghiotta full scottish breackfast abbiamo pagato Donald, io ho preso un biglietto da visita e gli ho dato il mio contatto e-mail. In questi anni ci siamo scritti parecchio, sono passato a trovarlo quando con Lorenzo sono tornato in Scozia e, di ritorno da Mallaig, sono transitato da Fort William (ormai quattro anni fa).
Le mail che mi ha scritto Donald sono arrivate con la stessa data e mi hanno fatto pensare a uno scherzo, poi mi ha preoccupato perché sono giorni che non replica alle mie risposte; tradurla per la pubblicazione è stato complesso, soprattutto per via della lunghezza e della mia conoscenza elementare dell’inglese ma, grazie al dizionario e a mia moglie che invece è bravissima, sono venuto a capo anche dei passaggi meno chiari. Gli errori di battitura sono miei e lo sono anche i corsivi (usati per rendere più letteraria la mail) e le parentesi quadre, usate come note.


[…] Non so perché lo racconto a te, forse perché ti diletti con la scrittura e potrai usare le mie disavventure come spunto. Il 27 aprile ha soggiornato a casa mia una coppia di turisti italiani, ho parlato loro di te ma non hanno letto i tuoi romanzi e non ti conoscono (mi sembra che il fantasy non vada molto da voi ma vi capisco, neppure a me entusiasma). Mi sono accadute cose strane, negli ultimi giorni, cose abbastanza inquietanti ma che troverai, come ho premesso, interessanti. Ma partiamo dal principio.

Dopo la visita della coppia di tuoi connazionali, l’idea del castello mi ha tormentato finché, a metà mattina, decisi di fare una passeggiata sino ai ruderi. Non ricordo quanto tempo sia passato dall’ultima volta che ho passeggiato per Fort William ma vedere le saracinesche abbassate e i cartelli con le cessate attività e le case in vendita mi ha svelato un volto della mia città che non vedevo da moltissimo tempo. Non ci sono più i turisti degli anni passati e quel negozietto specializzato in souvenir del mostro di Lock Ness ha gettato la spugna. McCartney [il proprietario del negozio di whisky] è l’unico che non ha risentito della crisi ma non sono bei momenti neppure per lui. Mio figlio (che lavora a Glasgow) dice che nemmeno lì tira una bella aria. Dopo aver sfilato i disoccupati in coda davanti all’ufficio di collocamento, mi sono avviato al castello e devo ammettere che, nonostante le pessime condizioni, suscita ancora qualche sana emozione. Ho attraversato l’improbabile corridoio creato dalle due file di tassi che lo fiancheggiano sulla sinistra, ripensando che, con ogni probabilità, siamo soltanto tu ed io a dotare di un senso e a riconoscere come un viale alberato.

Al castello non sono stati fatti nuovi lavori di ristrutturazione e le sue mura sbreccate sono cadenti e penose come le hai viste sette anni fa. Eppure c’era un bel sole e nonostante i secoli di abbandono e la sola pulizia del prato e la posa dei pannelli esplicativi, il castello mantiene la sua sobria dignità. Appena entrato mi sono sentito attratto dalla torre dove il tuo amico [Paolo] perse le chiavi dell’auto (ricordo la strizza che avevi quando arrivasti a chiedermi una pila), poi sono uscito dalla postierla per affacciarmi sul fiume. È lì che ho trovato quella cosa.

Credo di aver fatto una follia a portarla a casa: a parte sottrarre un oggetto di chiaro interesse storico da un sito del National Trust, temo che le disgrazie che mi sono accadute nei giorni che seguirono siano correlate a questo ritrovamento; si tratta di un disco di metallo (bronzo probabilmente) decorato con delle celtic knot [ho tenuto il termine usato da Donald, ndt.], quei motivi ricorrenti che a te piacciono tanto e dei quali, adesso, ho una fifa tremenda. Il disco spuntava appena dal terreno fangoso, nel punto dove un tempo restava l’approdo e dove negli anni passati hanno fatto degli scavi e deve essere venuto alla luce dopo l’ultima pioggia. Quando l’ho estratto dalla sua tomba di melma, ho sentito “il Grande Vecchio borbottare alle mie spalle” [e questa è stata la traduzione più difficile, che ho capito soltanto dopo. Ho quindi lasciato l’espressione usata da Donald; in sostanza voleva dire che dal Ben Nevis, la montagna più alta della Gran Bretagna che si trova a destra del fiume, giungeva un temporale] e la cosa non mi è piaciuta affatto. Ho bagnato il medaglione nell’acqua, l’ho ripulito e l’ho asciugato con un fazzoletto, provando uno strano pizzicore mentre lo lucidavo. Ho avuto la sensazione che si fosse stabilito un legame, tra me e l’oggetto, e la cosa mi ha dato dei brutti brividi. Ho infilato il medaglione in tasca e sono tornato a casa in fretta per evitare il temporale che si è scatenato e che mi ha costretto in casa tutto il giorno.

Al mio rientro, Nessie [è il suo cane, un collie: Donald gli ha dato il nome del mostro di Lock Ness, tra l’altro una storpiatura di Lassie] si è messa a ringhiare contro di me, cosa che non aveva mai fatto in quasi dieci anni, e l’ho lasciata fuori. Ho lasciato il medaglione sulla mia scrivania e ho passato una delle mie solite tristi giornate, peggiorata da un tempo infame anche per queste parti. Nel pomeriggio mi sono fossilizzato alla televisione, in salotto, ma ho gustato anche un bel documentario che probabilmente voi italiani non vedrete mai a causa della censura: indovina di chi parlava? […]

All’ora di cena le ho riempito la ciotola con il suo pastone ma quando sono uscito sulla veranda che copre l’ingresso, Nessie è sgusciata dentro, è corsa davanti al mio studio e si è messa ad abbaiare come fosse stata indemoniata. Non sono riuscito a tranquillizzarla e ho persino faticato a trascinarla fuori. Ha rifiutato il cibo e si è messa a ringhiare verso la casa, così l’ho lasciata senza cena, sotto il portico. Stava ancora diluviando, ma la sua cuccia è ben riparata e lei [Nessie] non teme i tuoni.

Mi sono coricato verso le venti senza dare peso alle stranezze del cane ma ho passato una notte tormentata. Mi sono svegliato dal sonno un numero imprecisato di volte, mi rigiravo ma sentivo un lontano trepestio: mi sembrava che Nessie si muovesse per casa e alla fine ho sentito che finalmente mangiava e che vuotava la scodella con l’acqua. Nel dormiveglia ho sentito scricchiolare le scale e mi sono preoccupato perché il cane non è abituato a salire le scale. Mi era venuta l’idea di controllare cosa stesse combinando ma poi mi sono rigirato nel letto e ho lasciato perdere. Ripenso al fatto che forse ho fatto bene a non scoprire cosa stesse accadendo.

Già, lo avrai capito anche tu, ma io ho dovuto attendere il mattino successivo, quando ho aperto la porta di casa, per ricordarmene: Nessie aveva dormito sotto il portico. Eppure il suo pastone era finito, e la scodella con l’acqua era vuota. La porta del mio studio era aperta mentre ricordavo di averla lasciata chiusa e in un cassetto della scrivania (che non ricordavo di aver lasciato socchiuso) ho ritrovato quel paio di occhiali tondi cui tenevo tanto [me ne ha parlato in una vecchia mail] e che credevo scomparsi. Ora potrai credermi pazzo ma sono assolutamente convinto che la porta del mio studio e il cassetto fossero chiusi, che Nessie non sia potuta entrare e che quei dannati occhiali non fossero lì.

Ho passato la mattina del 28 a rivoltare la casa come un calzino ma senza sapere bene cosa stessi cercando. Nessie mi ha seguito e si è messa a ringhiare soltanto quando sono entrato nello studio; ho chiuso la porta ma ha cominciato ad abbaiare e a grattare con le unghie contro l’uscio. Le ho urlato di stare buona ma non mi dava ascolto, così le ho messo un guinzaglio e l’ho portata fuori.

Il cielo turchese delle highland era chiazzato da nubi grasse e cangianti e puzzava di pioggia.

Ho fatto una lunga passeggiata e sono rientrato che era ormai sera. Di clienti non ce ne era nemmeno l’ombra e anche il mio vicino (che ha una casa molto più accogliente della mia) non vede un turista da giorni. Mi sono messo il cuore in pace e ho lasciato ancora una volta Nessie, inquieta più che mani, sotto il portico, con le sue ciotole.

La seconda notte dopo il ritrovamento del monile è stata intensa. A un tratto mi hanno svegliato gli ululati di Nessie, poi ha smesso e ho ripreso sonno, poi ho le scale scricchiolare, le porte cigolare e una addirittura sbattere. Mi sono alzato, terrorizzato dall’idea che potessero essere i ladri e ho fatto un giro della casa, dopo aver acceso le luci ed essermi armato con la spada che ho preso nel negozio di souvenir del castello di Stirling e che tenevo sotto il letto. Non ho trovato tracce di alcun intruso e neppure segni di infrazioni. Ti assicuro che ho avuto paura, ormai ho una certa età e il fatto che molti giovani siano senza stipendio non giova alla fiducia che ripongo nel prossimo. Sono tornato a letto, ho chiuso a chiave la porta della camera ma sono stato disturbato da altri rumori sospetti ai quali non ho dato peso: ero nel dormiveglia e devo aver pensato ad allucinazioni, oppure ero troppo impaurito per controllare.

La mattina successiva ho trovato le scatole dei cereali completamente vuote [Donald teneva diverse scatole di cereali in salotto, accanto al tavolo dove serviva le colazioni agli ospiti del B&B] e la cosa mi ha preoccupato davvero. Ma avevo deciso di non dire nulla a nessuno: pensavo che dentro casa ci fosse un roditore, e la cosa poteva spiegare molto di quanto era accaduto.

Ho passato mezza giornata in giro per la città a cercare trappole per topi e l’altra metà a sistemarle nei punti cruciali della casa. Prima di andare a dormire ho chiuso a chiave la porta della cucina, dove avevo ammucchiato anche i cereali e i pacchi che tenevo nel box.

[Questa era la seconda mail] [...] La notte è stata travagliata da un incubo di cui ricordo soltanto che rasentava la follia. Sono stato svegliato come al solito da strani rumori e dal cigolio di una porta ma ancora una volta non ho osato uscire dalla mia camera. Stamattina ho trovato alcune scatole di biscotti aperti e il succo d’arancia finito. Dimmi, tu conosci dei topi capaci di girare la chiave nella toppa per entrare in cucina? Io no. E non voglio conoscerli.

Durante la giornata ne sono successe di tutti i colori. Ieri notte avevo chiuso ancora a chiave la cucina ma avevo tenuto la chiave con me; i rumori sono aumentati e così i latrati inquietanti di Nessie. Verso le tre sono saltato sul letto con tutti i peli ritti per la paura: qualcuno o qualcosa cercava di abbattere la porta della cucina. Sono stato fuori casa tutto il giorno: al comando di polizia ho chiesto se ci fossero denunce di furti nel mio quartiere ma non se sono state fatte. Ho fatto la spesa al centro commerciale e al mio ritorno temevo di dover tornare a dormire. Ho addirittura pensato di chiamare un amico a passare la notte da me ma non ho avuto il coraggio di scoprire di avere allucinazioni o di essere impazzito.

[...] Nelle due notti successive i rumori dell’assedio si sono ripetuti e io ti giuro che quando ieri mi sono svegliato per controllare, non ho sorpreso armigeri inglesi e non ho trovato arieti in giro per la casa [credo che Donald abbia usato uno sprezzante paragone oppure un modo di dire delle sue zone], il che mi ha preoccupato più che trovarne, poiché dopo un poco i rumori sono ricominciati. Ma la cosa più tremenda che ho da raccontarti non è l’improvvisa possessione della mia casa da parte di fantasmi affamati perché di spettri non si tratta.

[Questa mail era datata 3 maggio] […] Stamattina, appena svegliato dopo una notte di nuovi assedi culminati col rumore raccapricciante di qualcosa che grattava (e che ho attribuito erroneamente a Nessie che si appoggiava alla porta per entrare in casa), ho perso i sensi per molto tempo. Quando mi sono rialzato avevo un bernoccolo e c’è mancato davvero poco che svenissi una seconda volta dopo aver visto la porta della cucina. Fuori Nessie ululava e si era scatenato uno dei più brutti temporali che Fort William ricordi. Sono corso nel mio studio, mi sono chiuso dentro, ho liberato la scrivania spostando i libri, il medaglione e le scartoffie e ho aperto il portatile per fare ciò che forse avrei dovuto fare prima. Ho scritto questa terza mail con le mani che tremavano, correggendola e ricorreggendola per darti più particolari possibili.

Sulla porta di legno della cucina c’era una frase, scritta in basso, come da un bambino, ma era incisa da artigli che non saprei attribuire ad alcun essere vivente, e non era inglese la lingua, era gaelico. La frase diceva più o meno, “ora voglio sangue”.

1 commento:

Anonimo ha detto...

wow...confesso che stento un pò a crederci e se fosse pura invenzione devo dire che è molto "lovecraftiana", anche nel modo in cui è stata scritta.....ci terrai aggiornati?