Si tratta un'iniziativa nell'ambito di un progetto culturale che punta a unire giovani e scrittori.
sabato 17 luglio 2010
Flash
Si tratta un'iniziativa nell'ambito di un progetto culturale che punta a unire giovani e scrittori.
domenica 27 giugno 2010
Parmafantasy e Robin Hobb
Mi permetto di dire soltanto una cosa, e riguarda la presenza di pubblico, perché un personaggio del calibro di Robin si meritava una sala stracoma di gente e non solo quasi-piena!
Maledizione, c'era Robin Hobb alla sua prima in Italia, dov'eravate tutti?
domenica 13 giugno 2010
Mail da un amico VI
[…] ho seguito il tuo suggerimento, con un po’ di apprensione ma l’ho seguito. E non avrei dovuto farlo.
La mattina del 30 mi sono alzato con il sorgere del sole e ho preso il medaglione. Non l’ho toccato, come avevi suggerito, e l’ho riposto in uno straccio. Mentre lo facevo, ho temuto che la casa potesse cadermi sulla testa, ma non è accaduto. Tuttavia, e non so se sia stata la mia immaginazione, ma mentre lo afferravo mi è sembrato che lo studio si rimpicciolisse e che, nonostante questo, ogni cosa divenisse più lontana, estranea. Non mi sono soffermato a indagare su questa strana sensazione, ho infilato l’impermeabile e sono uscito. O meglio, sono scappato. La porta di casa era diventata pesante e attraversare il salotto mi è costata una fatica senza precedenti. La chiave nella toppa non voleva saperne di girare e mi è venuto lo stupido dubbio che la mia casa non volesse lasciar andare il mio sgradito ospite. Quando sono uscito dal portico il vento per poco non mi ha portato via.
Le nubi bianche sul Lick Linnhe turbinavano precipitando dalle vette dei monti e in lontananza, e proprio in direzione del castello, nuvole di pece mandavano lampi e tuoni come se il vecchio Ben [Nevis] dovesse dire la sua su quanto stavo facendo. Gli abbaini spioventi della mia casa mi scrutavano con espressioni scure e maligne, tanto che sono stato felice di allontanarmi.
Ho camminato sino al centro di Fort William con i rami che si staccavano dalle piante e che sembravano giocare al bersaglio con la mia sagoma che arrancava controvento. In centro un tornado ha scoperchiato i tetti e le tegole mi sono piombate addosso come saette scagliate da Zeus. Ho preso la statale, ho superato il ponte che porta a Mallaig e sono arrivato al castello. La casa del vecchio custode sembrava appena attaccata da Robert The Bruce in persona [è il pretendente al trono di Scozia che nel 1308 bruciò il castello]. Il tetto si era schiantato sulla struttura, aveva divelto i piani, aveva fatto esplodere i vetri e sfondato le pareti laterali. Lo steccato era sparpagliato e le assi erano conficcate in terra, oblique verso di me, come i pali infissi dagli arcieri per arginare le cariche della cavalleria. Ho oltrepassato la cortina e ho riattraversato il viale di tassi, che mi fissavano, immobili, invischiati in una pace innaturale mentre tutt’attorno gli alberi si piegavano e resistevano alle folate, la chioma che perdeva pezzi a ogni ululato del vento.
Sono entrato nel castello e per un istante mi è parso di rivedere gli attimi finali di una tragedia compiuta secoli or sono. Ho visto i soldati che saccheggiavano e che appiccavano il fuoco, ho visto le donne tirate per i capelli come trofei e i bambini che urlavano sui corpi dei genitori uccisi. Ma è stato un istante solo e credo che sia imputabile alla suggestione, e non all’amuleto. Ho attraversato il cortile d’armi, immerso in un silenzio snervante, sono arrivato alla postierla e ho gettato l’amuleto dove l’avevo trovato, accanto a ciò che rimaneva del pontile, senza toccarlo. Un tuono simile al ruggito di una fiera in lontananza ha suggellato il gesto. Stavo per andarmene quando ho visto le acque del fiume agitarsi. Dopo qualche secondo la terra ha sussultato, come se avesse voluto rigettare il monile. Non ho atteso ma sono sicuro che sia successo qualcosa, perché ho sentito rumori, o piuttosto versi, o ancora voci, ma nulla che avesse qualcosa di umano e che potessi descriverti in modo preciso.
Sono scappato, ho corso come non credevo possibile al decrepito corpo di questo scozzese, e mi sono fermato soltanto in piazza, dove autocisterne dei pompieri, volanti della polizia e ambulanze si accalcavano per prestare i soccorsi a chi era rimasto ferito da tegole, camini e finestre cadute. McCartney era aperto e ho preso una bottiglia di Oban invecchiato 24 anni. L’ho scolata mentre tornavo a casa; ho gettato la bottiglia in giardino e mi sono coricato sul dondolo. Quando mi sono svegliato era metà pomeriggio, mi sono fatto due uova al tegamino con della pancetta e poi mi sono scolato un’altra bottiglia di Oban (12 anni stavolta) a letto, con il televisore acceso.
Dev’essere stata mezzanotte quando i fumi dell’alcol si sono dissolti e mi sono svegliato. Ho spento il televisore, mi sono rigirato nel letto e devo aver fatto rotolare la bottiglia per terra. Devo aver bestemmiato, ancora mezzo ubriaco, mentre mi avvolgevo nelle lenzuola come un bruco nel bozzolo, poi ho sentito un rumore dal piano di sopra. Sembrava una porta che sbatteva. Se ero ubriaco, dopo quel rumore non lo ero più.
Ho pregato di aver lasciato una finestra aperta.
Ho ricordato che lascio le finestre aperte al primo piano soltanto dopo che i miei ospiti (quelli umani) se ne sono andati e mai la notte. La paura è scoccata come una frusta quando ho sentito passi soffusi, sulla moquette. Le scale hanno preso a scricchiolare e il trepestio è tornato a farsi sentire sempre più vicino. Prima che riuscissi a capire dove l’intruso potesse essere, il sangue mi si è ghiacciato nelle vene per il rumore di un artiglio che grattava sul muro.
La porta della mia camera si è aperta cigolando.
L’intruso è entrato, nel buio totale, nel silenzio totale. I suoi passi sulla moquette erano come le zampate di un mammut sull’erba soffice di un pascolo.
Non ho respirato per un tempo che non saprei definire. Forse sono stato zitto, immobile e senza respirare per ore. Poi il letto ha sussultato, si è impennato, mi ha ribaltato sulla moquette e mi è ricaduto sopra, dalla parte della testiera. Ho sentito un sogghigno, uno stridere di denti affilati, poi sono stato ingoiato dal silenzio, mi sono raggomitolato come un bambino e ho atteso, per ore, che accadesse qualcosa che non è accaduta e devo aver ceduto al sonno verso l’alba, stremato dalla paura.
Quando mi sono svegliato, sorpreso dalla luce solare che filtrava dalle tende, mi sono ritrovato al centro del letto, coricato come se il dramma che avevo vissuto fosse stato soltanto un brutto sogno. Mi sono alzato felice, come non accadeva da giorni. Il folletto (come lo chiami tu) non aveva rovesciato alcun letto, le pareti non erano segnate dai suoi spaventosi artigli e il delirio che mi aveva assalito pareva soltanto un incubo, oppure il prodotto della immaginazione di un vecchio, provato e ubriaco. Sono corso nello studio e piangevo per la felicità; ho acceso il PC per scriverti che tutto era finito nel migliore dei modi e che le tue intuizioni mi avevano salvato la vita.
È stato quando ho aperto la tenda e il sole ha irrorato la stanza che ho visto quello scintillio bronzeo e malvagio sulla scrivania, sopra la pila di vecchi quotidiani: l’amuleto era tornato da me. Appena avrò terminato questa mail uscirò a comprare altra carne, molta carne, prenderò i migliori tagli delle migliori vacche delle highlands.
Dobbiamo convivere con i nostri incubi, non possiamo cacciarli.
lunedì 7 giugno 2010
ParmaFantasy 2010
Adesso vediamo... dunque... sabato 12 alle ore 17 farò da relatore agli autori Francesca Angelinelli e Giuseppe Pasquali al convegno "Il fantasy nel Terzo Millennio tra contaminazioni varie" mentre domenica 13 alle ore 11 farò da relatore a Robin Hobb.
venerdì 4 giugno 2010
Mail da un amico V
[…] Avrei dovuto darti ascolto. Credevo di avere il controllo su di lui ma mi sbagliavo. La notte del 28 maggio ho sentito Warren [il vicino di Donald] che urlava. Si è trattato di una serie di grida improvvise e ravvicinate che ha buttato giù dal letto tutto il vicinato: le sue urla sono via via diminuite di intensità, come se qualcuno gli stesse succhiando la forza. Credo che tutta Fort William si sia svegliata, ma nessuno ha osato mettere il naso fuori dalla porta finché la voce di Warren non ci ha abbandonati, affogando in un limaccioso silenzio. A quel punto mi sono fiondato in giardino con una torcia elettrica, la pelle d’oca e i peli ritti come stuzzicadenti [il paragone è mio, in Scozia non usano gli stuzzicadenti]. Quando puntai la torcia verso la casa del mio vicino, vidi sua moglie uscire sul portico, gridare e svenire: era avvolta dal fascio di luce del salotto, l’occhio di un faro che scrutava nelle tenebre, indossava una vestaglia bianca e si è afflosciata a terra come i lenzuoli quando il vento li strappa dagli stenditoi.
Ho mosso la torcia illuminando tutto e niente sino a quando non ho visto quel che rimaneva di Warren. Era vicino a un bel cespuglio di rose rosse; ed era vicino al dondolo di vimini; e sul vialetto, sulle scale della veranda, sulle pareti della casa. Del mio vicino non rimanevano che bianchi cilindri spolpati e scheggiati da denti piccoli, durissimi e voraci; la mattina successiva la polizia ha scoperto che l’assassino aveva usato la scatola cranica come pitale.
Forse non gli ho dato abbastanza da mangiare al mio ospite. O forse non avrei dovuto lasciare accanto alla ciotola dell’acqua un bicchierino di Oban invecchiato dodici anni. Oppure l’intruso sta cercando di sistemare i miei problemi. Tutti i miei problemi.
God Saves The Queen [questo non l’ho tradotto].
So che hai una fervida fantasia e che addirittura conosci meglio di me le leggende delle mie terre: se hai altri suggerimenti da darmi, ebbene questo è il momento per farli.
lunedì 31 maggio 2010
Mail da un amico IV
[23 maggio…] ti preoccupi troppo per questo povero scozzese rimbambito. La tua ultima mail mi ha trasmesso momenti alterni di apprensione e di fiducia ma ho concluso che nessuno dei provvedimenti che mi hai suggerito è necessario. Credo che il mio ospite [è sparito l’aggettivo sgradito] stia bene dove sta, in fondo costa meno di una donna delle pulizie ed è più efficiente. Ti sembrerà strano ma ti giuro che non avevo collegato il suo arrivo con il ritrovamento del monile e, dopo aver reperito in biblioteca e letto quel capitolo dei Mabinogi che mi hai suggerito, sono giunto alla tua medesima conclusione; tuttavia sarò estremamente franco: non mi disfarò del medaglione poiché non condivido il tuo decadente disfattismo continentale e sono convinto di riuscire a controllare il mio ospite (anche la rabbia per quello che ha fatto a Nessie è sbollita, in fondo quanto successo è colpa mia, che non sono stato capace di comprendere il mio cane e l’intruso).
A proposito, non gli ho ancora dato un nome. Credo che sarebbe opportuno dopo il rapporto che abbiamo instaurato.
So che farai delle rimostranze circa la mia decisione di tenerlo (e mi aspetto una mail infuocata da parte tua) ma nei prossimi giorni proverò ad addestrarlo. Userò il sistema che ho applicato nell’istruzione di Nessie; il fatto che non riesca a vedere il mio ospite è un grosso limite ma voglio provare a comunicare e sto ripassando l’antico dialetto gaelico che si parlava da queste parti. Se riesco a pilotare in modo opportuno i suoi poteri, potrei affidargli compiti più complessi che pulire una stanza.
Prima di maledire i miei malsani e perversi deliri, considera che posso dialogare con un essere millenario: sei uno scrittore, dannazione! Il mio ospite sa scrivere ed è probabile che avrà un sacco di storie da raccontare (non dirmi che a questo non avevi pensato). Per ora ho disposto in salotto e nelle camere alcune piccoli compiti per lui, voglio vedere se li porterà a termine. Anzi, proprio ora, e nella stanza dove avevate dormito voi, cominciano i rumori.
Ti terrò informato, lo prometto.
mercoledì 26 maggio 2010
Lettera da un amico - parte III
[…] mi perdonerai il lungo silenzio ma nelle Regie Galere di Sua Maestà non hanno ancora attivato il wi-fi. Hai letto bene caro amico, è lì che ho passato le ultime due settimane. Il 7 maggio mi hanno messo in gattabuia e il giorno successivo mi hanno trasferito a Glasgow, nel carcere psichiatrico. Come avrai intuito leggendo la presente, o hanno attivato il wi-fi, oppure mi hanno rilasciato. Per mia fortuna è la seconda.
Facciamo un salto nel passato e torniamo al 5 maggio e allo scricchiolio delle assi, al primo piano: in quel frangente ho smesso di scriverti, ho preso la spada e sono uscito per vendicare Nessie. Mi sono mosso nel silenzio più totale, senza accendere la luce, e solo adesso mi rendo conto di come sia stato ingenuo perché il mio sgradito ospite non ha mai avuto bisogno della luce per agire. Quando sono arrivato di fronte alla scala e l’ho sentita scricchiolare, ho atteso perché il mio sgradito ospite stava scendendo.
Tremavo, anzi, me la stavo proprio facendo sotto.
I gradini cigolavano uno a uno e sentivo i passi che indugiavano sulla moquette verde; a ogni passo del mio sgradito ospite cambiavo impugnatura alla spada, che pareva animata di vita propria. Quando l’intruso [Donald ha sempre usato “it” ma ho preferito sostituire il sostantivo con un altro più appropriato] arrivò al pianerottolo avrei dovuto trovarmelo davanti ma evidentemente si fermò, perché non sentii scricchiolii per secondi interminabili. Poi il cigolio riprese ma la penombra lo nascondeva e il mio sgradito ospite deve aver fatto tre o quattro gradini quando decisi di accendere la luce per sfidarlo.
In cuor mio speravo che un disgraziato si introducesse in casa la notte e il mio dito rimase indeciso sull’interruttore mentre pensavo che avrei anche potuto scoprire un mostro. Quando la luce irrorò il corridoio, sulle scale non c’era nulla. O meglio, c’era, ma non potevo vederlo. C’era, perché ho percepito i suoi passi che si avvicinavano e poi ho sentito il suo odore. Deve essere stato quello che mi ha spinto ad attaccare. Deve essere stata la paura.
Dici di essere uno scrittore: trova un modo migliore per dire che l’intruso puzzava di melma e morte e che il suo fetore era antico. Era tipo l’afrore dei cimiteri quando i fuochi fatui si destano e danzano, era un odore di morte viscida, umida e lontana generazioni.
La spada si è incastrata nei pilastri della balaustra ma non l’ho colpito. L’odore mi è sfilato accanto senza che potessi far nulla. Ho lasciato la spada mentre quella cosa si avvicinava alle ciotole e sono rimasto pietrificato mentre il rumore di mascelle che masticavano mi ha terrorizzato al punto da farmi perdere molti dei pochi anni di vita che mi rimangono. Poi ho sentito lappare dalla scodella dell’acqua e dev’essere stato sul rutto che ne è seguito che sono svenuto.
Mi sono destato all’alba, ho spento la luce delle scale, ho recuperato la spada e ho cercato in casa tracce dell’intruso. Non ho trovato nulla, niente di niente. In compenso i pavimenti erano puliti, la cucina riordinata e in sala c’era un profumo che non sentivo da quando mia moglie faceva le pulizie. Avrei dovuto scriverti quella sera ma ho preferito attendere un giorno ancora, e così la notte tra il 5 e il 6 maggio ho posizionato altro cibo e acqua nelle ciotole che furono di Nessie e ho aspettato. L’attesa è stata tanto lunga che il sonno ha preso il sopravvento e mi sono svegliato soltanto a notte inoltrata, e per via delle sirene dell’ambulanza e della polizia che chiassavano due case dietro la mia.
Non era ancora giunta mattina quando sono stato interrogato dalla polizia; lo hanno chiamato “colloquio informale” [le virgolette sono di Donald] e mi hanno chiesto dove fossi stato quella notte, che cosa avessi fatto e se avessi notato qualcosa di strano nel vicinato. Ho detto la verità, ovvero che ero in casa a riposare, da solo, come sempre. I poliziotti mi notificarono che non avevo un alibi per la morte della strega indiana.
Ricordi la moglie di Jeffery, quella che testimoniò di avermi visto uscire armato quando l’intruso ha ucciso Nessie? A stare alle dichiarazioni di Jeffery, sua moglie è stata ammazzata mentre si era alzata per controllare un rumore in giardino. Ammazzata tuttavia non è la parola migliore per descrivere ciò che le è accaduto. E non lo farò, ovvero non racconterò ciò che le è stato fatto: sappi soltanto che la morte di Nessie dev’essere stata meno dolorosa.
Ci ho ripensato molto, mentre preparavo del macinato fresco per il mio sgradito ospite, e temevo che la polizia sospettasse di me. Ora mi è evidente come l’asettica poliziotta bionda credesse che fossi stato io a mangiare metà della moglie di Jefferey. E a tratti anch’io sospetto di me stesso: ho il terrore che una maledizione mi abbia colpito, e che la mia anima vaghi altrove mentre il mio corpo compie mostruosità.
In ogni modo, da quando l’intruso ha fatto fuori quell’impicciona antipatica, mi risulta un poco più simpatico. La notte dopo l’omicidio avevo preso dell’ottima carne per lui e sperato che sistemasse il garage, per l’occasione avevo spostato l’auto nel vialetto.
[…] Il sette mattina quattro amici della biondina hanno suonato al campanello, sono entrati gentilmente in casa e mi hanno ammanettato. In centrale la biondina ha formulato l’accusa di omicidio della strega indiana e mi hanno fornito un avvocato d’ufficio per assistermi durante l’interrogatorio.
Ho raccontato tutto quello che mi era successo e forse è questo il motivo per il quale mi hanno internato a Glasgow. Ho passato due settimane di inferno, non sono nemmeno riuscito a parlare o a vedere mio figlio. Mi hanno somministrato intrugli indegni di qualsiasi dittatura e mi hanno sottoposto a una serie esami che terrò per me in virtù del (poco) amore che nutro ancora verso il mio paese (in ogni modo ne sono uscito con le mie gambe, non come in certe prigioni del vostro paese). Durante il mio soggiorno forzato a Glasgow, ho avuto l’occasione di parlare con i preti di ogni religione, con psicologi, con cialtroni e con millantatori che vantavano addirittura di aiutarmi con le loro arti magiche (credo sia stato tutto un trucco per capire qualcosa sulla mia sanità mentale). L’ultimo che ha esaminato il mio caso era una tizio di colore con la testa rasata e gli occhialini ovali, simili ai tuoi: abbiamo fatto una bella chiacchierata la sera prima che mi rilasciassero. Era un tipo in gamba, uno con le palle, ha fatto un’analisi scientifica dei fatti che mi ha ricordato certe serie televisive […], hai presente? Ebbene, era riuscito a convincermi che fossi un assassino: sosteneva che avessi creato una sorta di simulacro sul quale avrei proiettato le mie paure e scaricato la mia rabbia repressa, negandola e trasferendola su uno sgradito ospite che soltanto la mia mente era in grado di vedere. Non ha usato proprio le parole con cui ti ho descritto la sua diagnosi, ma ti ripeto che è stato tanto convincente da farmi restare sveglio una notte intera a piangere per le mostruosità che avevo commesso: ti giuro che se avessi avuto qualcosa, qualsiasi cosa a mia disposizione, l’avrei usata per suicidarmi.
La mattina del quattordicesimo giorno di detenzione mio figlio è venuto a prendermi dopo che mi hanno rilasciato, mi ha riportato a Fort William ed è tornato a Glasgow per passare il week-end con la fidanzata. Ti chiederai come sia possibile un epilogo simile: ebbene, a quanto ho saputo, la notte del 20 maggio, il mio simulacro, o meglio l’intruso, si sarebbe intrufolato in casa della biondina, l’avrebbe divorata completamente e avrebbe lasciato le ossa ammucchiate dentro la tazza del cesso.
Ho scritto questo resoconto non appena ho potuto ma ora dovrai perdonarmi perché i negozi chiuderanno a breve e devo comprare un bel taglio di manzo per evitare che il mio sgradito ospite torni a sfamarsi a modo suo.